BabbiBabbi

Uomini che affrontano la paternità…

Regole e scaldabagni

without comments

Lo stimolo suggerito per un mese di vita

Lo stimolo suggerito per un mese e mezzo di vita

Sdraiato sul fasciatoio in bagno per la rituale pulizia di primavera degli sfiatatoi, il ranocchietto ormai da qualche tempo guarda misteriosamente, incantato, un punto alle mie spalle. Da quando ha imparato a sorridere qualche giorno fa, ogni tanto esplode anche in una selva di sorrisetti e gridolini… e mi volto per capire la fonte di tanta soddisfazione, ma non vedo nulla. Lo prendo in giro, chiedendomi cosa ci trovi di tanto bello nella porta bianca del bagno, forse qualche apparizione di Madonna con Santi. E poi, dopo giorni e giorni, seguendo meglio la direzione del suo  sguardo rivolto un po’ verso l’alto, nei pressi dello scaldabagno, capisco che la lucetta rossa dell’avvenuto contatto che ogni tanto, improvvisamente, si accende e si spegne e’ la fonte di tanto incanto. Altro che i giochini specifici indicati da libri e manuali come fonte di sviluppo irrinunciabile di nuove abilita’ di relazione in funzione alla sua eta’, e che lui snobba disdegnosamente! E’ invece davvero speciale come riesca a dar segno di prendere, sorprendentemente, una direzone imprevista e scelta da lui in moltissime situazioni, nonostante gli remi contro, come ad ogni bambino, molta dell’impostazione pedagogica in voga.

L’episodio ha portato a una riflessione piu’ ampia rispetto al modello pedagogico proposto per i neonati da gran parte delle persone che insistentemente si intromettono sulle scelte dei genitori nelle prime settimane di vita di un ranocchietto, almeno del nostro. Sembrerebbe scontato che i nostri bambini abbiano bisogno soprattutto della presenza amorevole e costante dei loro genitori, e che questi sentano istintivamente il desiderio di essere loro accanto, di coccolarli, di rispondere quanto piu’ prontamente possibile alle loro richieste. Eppure spesso quest’idea ha bisogno di essere formalizzata, spiegata, ribadita; i babbi e le mamme devono lottare per poterla mettere in atto, trovandosi a spiegare e rispiegare a nonni, amici e vecchiette sul bus la scelta dell’allattamento a richiesta piuttosto che a orari fissi, di un marsupio piuttosto che di una carrozzina, di un bambino spesso in braccio piuttosto che a “riposo” nel suo lettino, di una rinuncia a qualche ora di lavoro (e relativa retribuzione) pur di non delegare a qualcun’altro la cura del proprio figlio. Nel momento in cui si vorrebbe scegliere la via più armonica con i bisogni del bambino e con i propri istinti, ci si trova invece a sentirsi all’opposto “sbagliati” agli occhi del mondo esterno, ricevendo per altro messaggi di sfiducia e di allarme che insinuano dubbi e ci fanno sentire inadeguati e in colpa. Ci si trova a consumare una quantita’ notevole di energie preziose per giustificarsi e spiegare agli altri cosa si sta facendo e perche’, o a dover decidere se nascondere le proprie scelte per evitare spiegazioni e discussioni…

L’atteggiamento da tenere sembrerebbe invece quello del distacco:  lasciar piangere, attenersi a degli orari, dormire da soli, non prendere in braccio per non “abituar male” il bambino. Eppure secondo un numero crescente di studi proprio queste pratiche sembrano sconsigliabili da punto di vista sia biologico che emotivo. Interferendo con la capacità del bambino di segnalare i propri bisogni e con quella dei genitori di dare pronta risposta, possono essere responsabili di aumenti insufficienti di peso e di crescita, mancanza di latte per la mamma, svezzamento precoce non voluto, forse anche di casi di coliche frequenti. Di conseguenza le mamme e i babbi che seguono il loro istinto, coccolando, allattando a richiesta, dormendo insieme ai loro figli, sono spesso messi (e si mettono) in dubbio di essere “cattivi genitori”. Le loro abitudini, per quanto a loro appaiano semplici e naturali, possono suscitare sorpresa, allarme, persino aperta riprovazione.

Sembra infatti che i genitori nel decidere ciò che è giusto o benefico per il bambino si debbano basare non principalmente sulle loro percezioni e intuizioni, né sull’osservazione dei comportamenti del loro bambino, ma unicamente su delle regole da seguire  esterne alla famiglia. Un insieme di norme possibilmente da applicare rigidamente, senza variazioni od eccezioni a prescindere dalla situazione, nella speranza che la ripetizione riesca a fissare la norma nel comportamento del bambino. I tentativi in questo senso hanno prodotto nel nostro caso uno stress difficilmente sostenibile e una quantita’ di dubbi a cui era impossibile rispondere, soprattutto per quanto riguarda l’allattamento: come mai mangia adesso, dopo solo pochi minuti dall’altra poppata? Perche’ non segue pause regolari? Cosa c’è che non va nel latte? Il risultato e’ vivere con angoscia e preoccupazione qualcosa che invece dovrebbe essere speciale per tutta la famiglia.

Dietro tutto questo c’è l’idea che né il bambino né i suoi genitori siano mai in grado di cavarsela da soli, percepire correttamente le proprie esigenze, fare delle scelte appropriate per il benessere familiare. I babbi e le mamme sono sempre meno abituati ad avere a che fare con bimbi piccolissimi prima di trovarsi di fronte al proprio, e sono quindi convinti di non essere in nessun caso competenti su come allevare bambini. Il risultato e’ l’iniziale affidarsi alla guida di “esperti” esterni alla famiglia non solo in casi particolari o di emergenza, ma per ognuna delle pratiche quotidiane. Senza contare che queste voci autorevoli spesso tanto autorevoli non sono, dal libro di puericultura alle rivista commerciale per neo-mamme, dai nonni abituati a un modello molto diverso di approccio col neonato, all’amico piu’ navigato. D’altronde l’altra idea sottintesa e’ che non solo i genitori, ma anche i bambini tendono istintivamente verso l’errore! I bisogni espressi del neonato sono sempre “capricci” (anche se qualche volta lo sono davvero!), i suoi comportamenti sono quasi sempre pericolosi, sconvenienti o socialmente inaccettabili. Allevare un bambino allora diventerebbe fare la guerra a tutto ciò che in lui non risulta conforme al modello standard del bimbo perfetto, correggendo i suoi comportamenti spontanei finché il bambino non si adegua ad uno stile e delle abitudini ritenute “normali”. E’ un metodo pedagogico lineare, un percorso a senso unico che va dall’adulto al bambino e mai viceversa: in luogo dell’educazione (da E-DUCO = conduco fuori = aiuto le potenzialità ad esprimersi) si prospetta la bontà dell’istruzione (da IN-STRUO = strutturo, formo l’interno).

Certo, educare piuttosto che istruire richiede attenzione e apprendimento continui. Richiede di assumersi personalmente delle responsabilita’ che non si possono piu’ delegare unicamente a medici, libri e santoni. Necessita di giudizio per non cadere nell’eccesso opposto, quello di sapere la risposta giusta in ogni situazione anomala o di emergenza. Ma e’ essenziale per cogliere i desideri e le attese profonde, far leva sulle capacità e qualità di ogni ranocchietto ed offrirgli occasioni stimolanti in grado di valorizzarle. Hai detto poco…

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Danilo Dolci

Share

Written by beffatotale

luglio 2nd, 2009 at 1:54 am

Leave a Reply